Mentre a Belém si apre la COP30 della Convenzione sui cambiamenti climatici, nel decennale dell’Accordo di Parigi, l’Unione Europea fissa i nuovi obiettivi al 2040 di riduzione delle emissioni. È tempo di impegno globale per gli abitanti del pianeta, ovvero di sacrifici e comportamenti responsabili da parte di ciascun cittadino-consumatore come pure delle imprese, perché in anni di sforzi economici straordinari per obiettivi anche diversi dalla lotta ai CC, non tutto può essere demandato ai Governi. Fra le diverse modalità con cui cittadini e imprese saranno chiamati a contribuire in Europa, si segnala il meccanismo del c.d. ETS2, che allarga il monitoraggio a ulteriori fonti di emissione dei GHG più vicine a individui e famiglie. Un interessante paper del Centro Ricerche REF ne esplora gli effetti collaterali, pur con un allentamento delle tempistiche originarie.
Dieci anni sono ormai trascorsi da quell’autunno del 2015, un autunno molto caldo e intenso per la lotta ai cambiamenti climatici e non solo, con il varo della Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile a settembre e la firma dell’Accordo di Parigi a dicembre, in una Francia ancora scossa per l’ondata terroristica di novembre e la strage del Bataclan.
Dopo 33 anni da quel giugno 1992 in cui la Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici venne siglata, si apre a Belém la trentesima Conferenza delle Parti, ovvero l’assemblea “condominiale” dei quasi 200 aderenti alla più rilevante delle tre Convenzioni di Rio. È certamente un altro Brasile, geograficamente e storicamente, quello amazzonico di oggi rispetto a quello atlantico di allora.
Come sempre, in prossimità di una COP UNFCCC, con l’intensificarsi dell’attenzione dei media, si moltiplicano interventi e riflessioni sul tema, per cui in questa sede sarebbe ridondante un approfondimento di carattere generale. Fra le altre fonti a cui suggerisco di attingere per una panoramica più estesa, merita uno sguardo il sito ufficiale della COP30.
Certamente però è utile focalizzarsi su un aspetto specifico, divenuto sempre più rilevante a livello globale, anche per una realtà come SAFE Green, che fonda la sua stessa essenza sull’impegno responsabile per la comune sostenibilità, come da Carta dei Valori siglata proprio quest’anno. Mi riferisco al crescente ruolo di impegno diretto dei singoli individui e delle imprese, nella lotta ai cambiamenti climatici ed ai loro effetti. Una dimensione nuova, che deve affiancare sempre più quella governativa e delle organizzazioni internazionali, in tutti e quattro i pilastri dell’azione per il clima: mitigazione, adattamento, gestione del rischio e compensazioni per le perdite e i danni.
Il Presidente della COP30, amb. André Corrêa do Lago, nella sua ultima lettera alla comunità internazionale, dopo un anno di avvicinamento all’evento, riflette sul percorso verso la COP30 quale destinazione e quale nuovo inizio, proprio come Belém, situata allo sbocco dell’Amazzonia verso l’oceano: un punto d’incontro simbolico e strategico “dove l’umanità si trova tra eredità e retaggio e sceglie di ricominciare da capo”. La lettera conclude “un ciclo di parole affinché il mondo possa aprire un ciclo di azione”, invitando le nazioni e le parti interessate a trasformare la governance globale del clima da un meccanismo a un ecosistema di soluzioni, un mutirão globale per un progresso condiviso.
Le lettere dell’Ambasciatore hanno delineato le priorità chiave per la COP30: rafforzare il multilateralismo, collegare l’azione per il clima alla vita reale e alle economie delle persone e accelerare l’attuazione dell’Accordo di Parigi. Le stesse priorità evidenziate dal Presidente del Brasile, Luiz Inàcio Lula da Silva, in un intervento pubblicato sul Corriere della Sera all’inizio del vertice governativo pre-COP.
Lavorare a costruire un ecosistema del clima e non solo un meccanismo di implementazione di un accordo internazionale, collegare la lotta ai CC con la vita reale delle persone, intensificare gli sforzi delineati a Parigi 2025 significa prima di tutto richiamare tutti i cittadini alle loro responsabilità, individuali e collettive. Ricordare loro che qualsiasi azione compiano ogni giorno può avere delle conseguenze negative sul clima e quest’ultime, a loro volta, le imprimono su altre persone e comunità. Persone e comunità che, molto spesso, non hanno i mezzi per difendersi da questi impatti: sarà significativo ascoltare la voce dei popoli indigeni in una terra come l’Amazzonia che oggi è uno specchio molto evidente di questa sofferenza degli indifesi.
Far capire e accettare questa fondamentale verità (una scomoda verità, si sarebbe detto qualche anno fa) sarà una delle più rilevanti sfide dei prossimi anni e anche uno dei risultati concreti che le COP possono e devono conseguire. Perché le grandi assemblee internazionali hanno anche e soprattutto il valore di creare il senso di comunità planetaria, di favorire l’incontro fisico, tangibile, delle diversità di idee, di obiettivi, di mezzi, nonostante i detrattori obiettino il paradosso del “prendono l’aereo, inquinano ed emettono, per andare a discutere di come non inquinare e non emettere”.
Ci sono tanti modi e situazioni diversi in cui questa assunzione di responsabilità individuale e collettiva può concretizzarsi. Come già detto, infatti, non si tratta solo di lavorare alla riduzione delle emissioni (strategia di mitigazione) e anzi, realisticamente, non sarà con gli sforzi di mitigazione che conseguiremo l’obiettivo fondamentale della UNFCCC e dell’Accordo di Parigi: tutelare la vita delle persone, delle comunità, degli esseri viventi dai rischi del clima fortemente alterato dall’azione umana.
Ma restando agli sforzi di mitigazione, certamente la decarbonizzazione resta l’impegno principe, nel quale siamo chiamati a contribuire con scelte e comportamenti concreti come cittadini-consumatori e come imprese-produttori.
Una risposta che possiamo dare non solo con la maggiore attenzione nel consumo pro capite di energia e di risorse per produrre ricchezza (il c.d. disaccoppiamento fra PIL ed emissioni) ma anche accettando e anzi partecipando alle politiche di mitigazione di livello regionale e nazionale, senza rifugiarci nel comodo alibi che i grandi emissori sono altri e che stanno allentando se non azzerando l’impegno anziché accelerarlo, come nel caso degli USA. Di simili politiche localizzate l’Unione Europea rappresenta la punta di diamante, pur dovendo prendere atto dei notevoli progressi conseguiti dal massimo emissore globale, la Cina.
A questo proposito, nel quadro della generale strategia cap and trade (fissazioni di limiti alle emissioni per soggetti privati emissori combinata con la possibilità di compensare eccedenze con virtuosità, mediante un mercato regolamentato) è significativa l’evoluzione in atto del sistema ETS verso l’allargamento dei settori sottoposti a monitoraggio e limitazione delle emissioni, mediante il passaggio al c.d. ETS2, sancito dalla Direttiva 2023/959/UE, che modifica e integra la Direttiva 2003/87/CE inserendo fra l’altro il capo IV bis. Si introduce così il Sistema per lo scambio di quote di emissioni per i settori degli edifici e del trasporto stradale e ulteriori settori (industrie energetiche, manifatturiere e delle costruzioni non già ricomprese nell’attuale EU ETS): un sistema distinto ma parallelo, da cui riprende alcune procedure, ma prevede un cap differente. Il sistema è stato avviato nel 2025 con l’entrata in vigore dei primi obblighi ma la sua entrata in funzione, con l’avvio delle aste per le quote di emissione (non sono previste quote gratuite), è stata fatto slittare di un anno al 01.01.2028 dal Consiglio Europeo dei Ministri dell’Ambiente, che nella stessa sessione ha fissato al 90% la soglia intermedia di riduzione delle emissioni entro il 2040, mentre resta al 55% entro il 2030.
Un interessante Position Paper del Centro Ricerche REF esplora questa importante innovazione di sistema, che va a coinvolgere non solo i destinatari diretti della direttiva (ovvero i soggetti che, in base alla normativa fiscale vigente, debbono provvedere al pagamento dell’accisa sui carburanti e combustibili immessi in consumo ad uso energetico per combustione nei tre settori di applicazione dell’ETS2) ma anche, indirettamente, i consumatori, utenti dei servizi/beni forniti dai primi.
Dopo una panoramica sulle novità introdotte con il meccanismo l’ETS2, sviluppa una stima della spesa media che il nuovo meccanismo potrebbe portare all’utente medio italiano e cerca di offrire suggerimenti su come i proventi dall’ETS2 potrebbero essere indirizzati, in modo da rendere maggiormente sopportabile la sua introduzione alle fasce della popolazione meno abbienti e, allo stesso tempo, mettere in moto un efficace ed efficiente circolo virtuoso di investimenti in tecnologie di decarbonizzazione e riduzione dei consumi.
ETS2 infatti interviene indirizzando le proprie attenzioni non solo al settore dei trasporti, ma anche a quello del riscaldamento domestico che nel nostro paese fatica, per caratteristiche di mercato e del parco edifici meno recenti di quello degli altri grandi paesi, ad avviare una fase di transizione che superi l’utilizzo delle caldaie a gas e gasolio individuali o condominiali. Un ritardo ormai inaccettabile: il settore dei trasporti interni e del riscaldamento degli edifici costituiscano rispettivamente il 23,8% e l’11,9% delle emissioni dell’Unione.
È arrivato il tempo per i cittadini-utenti di impegnarsi con il proprio portafoglio. Il mutirão globale passa anche per i nostri camini.
Avv. Massimo Zortea


